Giuseppe Perfetto partecipante SLPcf

Le analisi iniziano da una sofferenza, da un’impasse, da qualcosa che, più o meno vagamente, la persona riconosce non andare per il verso giusto, dall’oscura percezione che qualcosa fa ostacolo, oppure che qualcosa tende a ripetersi o ripresentarsi contro la propria volontà. È comunque a partire dalla sofferenza, dal disagio, dal dolore, che inizia una analisi. Se non vi è sofferenza, o detto freudianamente “conflitto”, manca il propulsivo all’avvio dell’analisi. La richiesta di aiuto è la condizione necessaria ma non sufficiente a che l’analisi s’avvii. La sofferenza che muove alla richiesta d’analisi non deve rimane muta, come mera esposizione del corpo proprio all’altro, ma dovrà articolarsi in una catena significante, in un discorso. La fase premilitare è un tempo che va dalla “domanda di trattamento” al “trattamento della domanda”, ovvero segna un passaggio logico dalla domanda spuria del “mi toglie questo sintomo?” ad un differente rapporto soggettivo col sintomo, ad un discorso diverso. Dal sintomo-disturbo al sintomo-questione[1]: «l’entrata in analisi deve essere motivata da una sofferenza […] questa sofferenza deve prendere per il soggetto la forma di una questione: “Come mai?”, “Che cosa non va in me?”, “Come mai faccio delle cose che non voglio fare?”, “Come mai c’è qualcosa più forte di me?” […] Trasformare la sofferenza […] in un interrogativo è già situare questa sofferenza nell’asse di un’ipotesi dell’inconscio, di un sapere che mi sfugge, che non ho ancora»[2]. La clinica contemporanea presenta un’entratura all’insegna del “non riesco a smettere di…”, “è più forte di me”, “non posso non fare…”, ecc., indici di un godimento che soverchia il soggetto, in una ripetizione del peggio, dell’infernale. L’analisi può iniziare, oggi sempre più spesso, a seguito di un incontro con il reale, un vacillamento prodotto da un godimento che non si sa padroneggiare: «L’etica del ben dire deve puntare ad estrarre dalla sofferenza il sintomo, ed è solo a quel punto che si può parlare di soggetto candidato all’analisi. Quindi, un soggetto troppo sofferente non è il soggetto dell’inconscio. Il soggetto dell’inconscio, dice Lacan in Televisione, è il soggetto felice. […]. Il soggetto che i colloqui preliminari puntano a far emergere non è quello che soffre, ma il soggetto felice. […] Il soggetto che soffre della verità non è la stessa cosa del soggetto felice di mantenersi nella ripetizione»[3]. Frequentemente, sarà attraverso la lettura della coazione a ripetere espressa nel sintomo che sarà possibile accedere alla modalità particolare di godimento del soggetto. Nel contempo di una traversata che ha portato l’analizzante a rinvenire una trama che collega parole, eventi, rappresentazioni, fantasie… in vista di un possibile senso, l’analisi si avvia al suo punto logico centrale allorquando l’erosione significante giunge via via a stringere il reale del godimento, luogo d’inerzia rispetto al rilancio del senso. Sino ad un resto irriducibile al senso, lettera asemantica, dove significante e godimento entrano in contatto[4], incidendo sul corpo.

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[1] Cfr. A. Di Ciaccia, Punti di orientamento, in Maiocchi M.T. (a cura di), Il lavoro di apertura. Per una strategia dei preliminari, FrancoAngeli, 1999.

[2] A. Zenoni, I paradigmi del transfert, La Psicoanalisi, n. 35, 2004, p. 248.

[3] P. Francesconi, La sofferenza e l’inconscio nell’entrata in analisi, in AA. VV., Come iniziano le analisi, Atti del Convegno del Campo freudiano in Italia, Torino, 1994, p. 160.

[4] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora (1972-73), Einaudi, 2011, pp. 88-89.