TESTO DI PRESENTAZIONE CONVEGNO SLP 2023

Nel XIII capitolo del Seminario XI, J. Lacan afferma:
“Nell’esperienza in effetti noi incontriamo qualcosa che ha un carattere incontenibile nonostante le repressioni – d’altro canto, se ci deve essere repressione è perchè c’è qualcosa al di là che spinge.
Non c’è bisogno di andare molto avanti nell’analisi di un adulto, basta avere una pratica con i bambini per conoscere quell’elemento che costituisce il peso clinico di ciascuno dei casi che dobbiamo maneggiare e che si chiama pulsione. Sembra che ci sia qui un riferimento ad un dato ultimo, a qualcosa di arcaico, di primordiale. Un simile ricorso, a cui il mio insegnamento vi invita a rinunciare per capire l’inconscio.” (p. 158)
Non si tratta dunque semplicemente di prendere atto di un dato di fatto per cui nel progresso possiamo sempre riconoscere la traccia di una regressione che accondiscende al godimento per rendere più accattivanti gli oggetti di consumo che si propongono e ne promettono, non si tratta nemmeno di prendere atto del fallimento del progetto scientifico che ha sfidato il limite tra la vita e la morte proponendo con le nuove tecniche della riproduzione di trasferire in un campo neutro la differenza tra maschile e femminile, ma si tratta di prendere atto di ciò che abbiamo sempre affermato e si riconferma. C’è della realtà sessuale nel transfert che persiste e si reperisce nella linea di tensione tra verità ed illusione che gli si sottende. Si tratta di riscoprire che il transfert è messa in atto della realtà dell’Inconscio.
Cosa comporta dunque il nuovo che ci si presenta? Cosa comporta al di là delle repressioni che si inaspriscono, delle guerre che si moltiplicano, della violenza che copre l’assenza del rapporto sessuale e l’assenza assoluta di dialettica tra gli Uni e gli altri? Al di là degli stili gender fluid che illudono gli adolescenti attraverso le nuove mode?
La nostra pratica comporta oggi più che mai la necessità di esplorare una nuova alleanza, come Lacan afferma nello stesso Seminario XI. Si tratta di una nuova alleanza che si oppone alla linea biologica, che si oppone all’evidenza, questo è il compito arduo! Proporsi in un campo fertile per la nuova alleanza!
Si tratta di esplorare le possibilità di una nuova alleanza tra reale e simbolico, attraverso la pratica del ben dire, andare contro ogni evidenza per meglio districarsi tra gli enigmi della sessualità molteplice.
La clinica della singolarità, caso per caso, testimonia oggi delle possibili vie, degli annodamenti straordinari che attraverso il loro dispiegarsi conducono alla riscoperta dell’Inconscio come rimanenza di una giunzione, arcaica o no, certamente del pensiero umano con la realtà sessuale che lo affanna.
Nella scansione temporale che si addice alla cura, tra aperture e chiusure, dall’entrata all’uscita, si potrà forse afferrare qualcosa del soggetto che emerge, qualcosa del parlessere che si fissa nella struttura stessa della seduta analitica, nella sua contingenza, a fronte di un atto che si suppone analitico, preso tra alienazione e separazione.
È nel battito tra queste due posizioni, infatti, che possiamo riconoscere oggi il nuovo Inconscio, nella sua pulsazione, come ciò che caratterizza la pratica che si suppone analitica nell’effetto speciale situato tra apertura e sutura di uno stesso taglio.

Testo di orientamento

L’INIZIO DELLE ANALISI[1]
Jacques-Alain Miller

Come iniziano le analisi? Cominciano in modo assai diverso. Cominciano nelle lacrime o nel riso, nella difficoltà e talvolta nell’urgenza del panico, come nell’Uomo dei topi. Cominciano talvolta nella reticenza, come nel caso di Dora e della giovane omosessuale. Non è forse vero che un’analisi non rassomiglia a nessun’altra? Per questo nel titolo vi è “le analisi”, al plurale. C’è infatti una varietà empirica che si è dispiegata lungo queste giornate di lavoro.

Come iniziano le analisi? Cominciano sempre alla stessa maniera. Perciò dico il contrario. Anzi, su questo punto vi è un accordo meraviglioso fra i teorici della psicoanalisi che si oppongono volentieri su molti aspetti della clinica e della teoria della psicoanalisi. L’accordo consiste nel fatto che le analisi cominciano con il transfert. Si è concordi nel pensare che l’inizio dell’operazione propriamente analitica, cioè l’interpretazione, deve essere aggiornata fino al consolidamento del transfert. Lacan stesso ha formulato: “all’inizio è il transfert”.

Pongo la questione per la terza volta, come iniziano le analisi? Cominciano tutte come è indicato da questo piccolo apparecchio significante che dobbiamo a Lacan:

Spesso ho commentato questo schema e tuttavia esso conserva per me un’opacità sufficiente per riprenderlo in esame, cercare di coglierne le motivazioni e, direi, i limiti, almeno nella prospettiva della conclusione della cura.

La nostra prospettiva è anche quella di una pratica della psicoanalisi che non è più quella del tempo di Freud. Senza dubbio, la psicoanalisi propriamente detta è freudiana nei suoi fondamenti, ma quasi un secolo di pratica ha modificato le condizioni del suo esercizio e in un modo che va lontano, ai fondamenti stessi della psicoanalisi. Una delle manifestazioni più evidenti di tale trasformazione è l’allungarsi del tempo della cura: anche su questo dobbiamo interrogarci.

Il primo dei quattro punti che svilupperò ha per titolo: lettura.

Ciò che legittima una psicoanalisi è il concetto di un certo tipo di sintomi che non riguarda la medicina, sintomi molto particolari che noi e il paziente crediamo guariscano tramite la rivelazione della loro causa. È paradossale: sono i sintomi che appaiono e si mantengono nel soggetto per il fatto che la loro causa è presente nel soggetto e allo stesso tempo è a lui sconosciuta. Lo psicoanalista considera che in tal caso il potere patogeno della causa sparisca quando essa è rivelata, cioè enunciata esplicitamente. Basta scoprire la causa perché perda il suo statuto di causa, la sua potenza. È un’idea che continua a imbarazzare il medico. Supponiamo che vi siano sintomi di cui la causa è, propriamente parlando, un enunciato che sussiste nel soggetto senza poter essere da lui formulato.

Questo modo strano di esistenza soggettiva di enunciati indicibili è quanto Freud ha elaborato sotto il nome di rimozione. L’enunciato indicibile, causa del sintomo, è da allora assimilabile a un enunciato scritto nel soggetto e che questi non saprebbe leggere come occorre. Per cui ciò che Freud ha chiamato inconscio è strettamente equivalente a un testo scritto indecifrabile, sussistente come i geroglifici prima che Champollion li leggesse e, per usare i termini che Lacan ha preso in prestito da Saussure (ma non ignorati dagli stoici), sussistenti come significanti senza significato. In tal senso Lacan ha potuto dire che l’inconscio è prima di tutto qualcosa che si legge. Freud infatti ha cominciato dall’interpretazione dei sogni, cioè da racconti di testi di sogni il cui senso apparente è spesso incoerente, assurdo, prossimo al non senso, ma non sempre. Freud ha avuto l’idea della psicoanalisi a partire dal fatto che questi racconti si possono sempre leggere in un altro modo e in particolare si possono leggere in un modo che restituisce loro una coerenza e un significato. Conviene assicurarsi, prima di avviare l’operazione di lettura analitica, che i sintomi che motivano la domanda d’analisi siano di questo tipo, che siano sintomi analitici e non medici. Perciò si è potuto pensare che per fare questa discriminazione fra sintomi medici e analitici occorreva che l’analista fosse medico, anche se come analista non esercita la medicina. Esercita invece come interprete. Conviene assicurarsi di una seconda cosa: che il candidato alla psicoanalisi sia in grado di fornire un testo da leggere, un testo da interpretare, e che sia capace lui stesso di leggere in modo diverso. Fornire un testo da leggere vuol dire impegnarsi nell’associazione libera, che sono concatenazioni di significanti che deve essere in grado di produrre, senza indietreggiare davanti alla loro incoerenza, alla loro assurdità o all’oscenità o al loro non senso, dei significanti che non si padroneggiano, significanti senza padrone. Un criterio di analizzabilità è la capacità d’associazione libera, cioè lo stabilirsi di un nuovo rapporto del soggetto con il proprio dire. Per essere analizzabile occorre poter dire senza prendere ciò che si dice a proprio carico.

Quando si tiene una relazione, l’oratore è obbligato a prendere ciò che dice a proprio conto, cioè voi avete il diritto e anzi il dovere, alla fine della relazione, di domandare conto di quanto ha detto. Non può dire: facevo delle associazioni libere. Dunque avete il diritto di chiedere, perché dice questo? Nella psicoanalisi non vi è modo di domandare: perché dice questo? Nella vita corrente si dice: lo dico e lo ripeto, lo controfirmo, mi considero impegnato in quanto dico. Non è il caso dell’analisi, in cui spesso saremmo in difficoltà a ripetere ciò che abbiamo detto come pazienti.

Vi è un modo di dire specifico del soggetto in analisi. Esistono dei modi di dire, ve ne sono diversi nel discorso corrente. Uno stesso enunciato prende valori differenti secondo i modi di dire che noi stessi indichiamo. Possiamo dire una frase e aggiungere: “ebbene, non penso affatto questo” e ciò cambia il valore dell’enunciato. Si può dire una frase e aggiungere: “è un altro che dice questo”. Si fa sempre questo quando si cita: la citazione è un modo specifico di dire, molto usato. La citazione è la via stessa dell’argomento d’autorità. Vi è anche il plagio, quando dico mio ciò che in effetti ha detto un altro. Dunque l’associazione libera, nei termini stessi di Freud, è un’espressione con cui cerchiamo di cogliere il modo di dire proprio al soggetto in analisi. È difficile cogliere che cosa sia quel modo di dire analizzante. In un certo senso non mi faccio carico di ciò che dico come analizzante: posso provare odio, desiderio, spavento, avere un pensiero in cui non mi riconosco e che respingo; non mi ci ritrovo, ne sono innocente, non sono io. In un certo senso il modo di dire proprio all’analisi è irresponsabile, ma non bisogna andare troppo lontano in questo senso, altrimenti sarebbe come avallare, come modo di dire analizzante, il bla-bla, il parlare per non dire nulla, e ridurre ciò che si dice in analisi a qualcosa che ha poca importanza. Sarebbe il contrario stesso del modo di dire analizzante. Si è notato che potevano esserci analisi che proseguivano per molti anni in questo modo irresponsabile: erano analisi senza conclusione, senza effetti, se non forse un alleviamento del senso di colpa. Per cogliere il modo di dire proprio all’analisi non basta formulare che si tratta di produrre enunciati che non sono presi a proprio carico, occorre anche che questi enunciati siano versati sul conto di qualcosa che mi concerne. Se leggo Freud o se ne ho inteso parlare, dirò che lo verso sul conto del mio inconscio, ciò vuol dire che al contempo non mi ci riconosco, non vi sono, ma in un certo senso vi sono comunque. È riconoscere che il modo di dire proprio all’analisi è una lettura dell’inconscio. Faccio diverse letture dell’inconscio e si suppone che a partire da esse si possa ricomporre il testo letto e che si legge senza saperlo. A partire dalla parola si ricompone lo scritto inconscio. A partire da queste letture si ricompone l’enunciato indicibile. Questo basta a indicarci che negli incontri preliminari due cose sono capitali: assicurarsi di avere a che fare con sintomi analitici e con un soggetto capace di produrre letture dell’inconscio. Evidentemente si dovrebbe porre la questione se tali sintomi, che spariscono quando la loro causa è rivelata, esistano veramente. Dire così, a coloro che non ne hanno esperienza, può sembrare fantascienza, del fantastico. Se pensiamo che questi sintomi esistano è perché spariscono con l’analisi, crediamo di averlo constatato.

Lascio da parte questa questione per rilevare che non abbiamo ancora detto una parola del transfert, e vado al secondo punto che intitolo: libido.

Dopo lettura dico libido, e così dicendo constato che seguiamo lo stesso cammino di Freud che ha scoperto il transfert in un secondo tempo. Il transfert non era previsto da Freud. L’analisi era essenzialmente un esercizio di lettura, di decifrazione in cui l’analista guida il paziente. La nozione di transfert è apparsa storicamente quale conseguenza sorprendente della lettura, assistita dall’analista, dell’inconscio. Freud concepiva così la pratica che inventava in rapporto al solo concetto d’inconscio. In seguito ha constatato un fatto e ha cercato di renderne conto. Ha constatato l’importanza che prende per il paziente colui che l’assiste nella lettura dell’inconscio. Questi guida, questo interprete non è indifferente al soggetto. In un secondo tempo Freud ha notato che era oggetto di un attaccamento speciale del paziente. Che tale guida era investita, che attirava la libido. È il nome che Freud dava alla quantità mobile d’interesse psichico a connotazione sessuale. Constatava che il soggetto si metteva a interessarsi dell’analista vivamente e in modo diverso, e che costui si trovava specialmente valorizzato. In relazione a questo ha dato una certa importanza ai sogni di inizio dell’analisi, che testimoniano della valorizzazione libidica dell’analista, ai sogni di transfert in cui l’analista compare in persona o sotto altre figure. Occorre notare che il termine di transfert è apparso sotto la penna di Freud a proposito dell’interpretazione dei sogni. Ubertragung è un termine che Freud ha cominciato a impiegare a proposito dei personaggi dei sogni che hanno un’identità manifesta e poi ci si accorge che servono a veicolare altri personaggi.

Dall’origine il transfert è, per Freud, una sorta di metonimia immaginaria. Non si conosce un analista che non accordi importanza all’emergenza, all’inizio dell’analisi, dei sogni di transfert. In un primo tempo questo fatto è apparso a Freud importuno, imbarazzante, ma in seguito vi diede una connotazione positiva fino a farne una condizione sine qua non dell’analisi. La sua spiegazione è stata che l’emergenza del transfert è dovuta a uno spostamento, sulla persona dell’analista, di un insieme di sentimenti che investivano originariamente i personaggi fondamentali della storia del paziente e fondamentalmente i genitori. Constatata questa emergenza libidica, ha considerato che era la libido infantile ad essere mobilizzata in relazione all’analista e ne ha reso conto con il fatto che il transfert traduce già il primo sollevamento delta rimozione. Da qui quelli che gli sono apparsi i vantaggi del transfert come metonimia libidica immaginaria. Il vantaggio del transfert è di segnalare l’adozione dell’analista da parte dell’analizzante: l’analista entra nella famiglia. Ciò conferisce anche (Freud era molto sensibile a questo tratto) all’analista l’autorità che fu del padre o della madre, l’autorità dell’Altro primordiale.

Il vantaggio essenziale visto da Freud nel transfert inteso in questo modo è che ormai il paziente farà credito all’analista e che la sua parola d’interprete avrà opportunità di conseguire effetti. È tanto più necessario perché, a causa della rimozione, il paziente non legge in modo corretto l’inconscio. Vi è come una resistenza interna al discorso. Al contrario, da quando egli riconosce l’autorità dell’analista, quest’ultimo ha il potere di guidare la lettura del paziente. Altrimenti detto, con il transfert, l’analista accede per il soggetto, e a livello dell’inconscio, a una posizione di padronanza che a Freud sembrava indispensabile per guidare la lettura dell’inconscio. In questo senso egli ha potuto fare del transfert la condizione dell’interpretazione. Non vi è dubbio che per Freud il transfert è la condizione dell’interpretazione e che interpretare all’inizio dell’analisi, prima del consolidamento del transfert, è inutile. Ciò che si è standardizzato da tempo nella pratica analitica è questa attesa iniziale dell’analista.

Come iniziano le analisi? Con l’attesa dell’analista. Egli attende di essere investito di una posizione di padronanza, per interpretare. Su questo punto c’è stata una dottrina precisa fino a Lacan. Primo, attendere l’emergenza del transfert per interpretare. Secondo, questa dottrina mette l’accento sulla regressione del paziente, poiché si considera che perché l’analisi cominci veramente occorre che il paziente sia in posizione infantile nei confronti dell’autorità dell’analista. Qui troviamo, negli schemi che Lacan ha dato del discorso analitico, la posizione del padrone e dello schiavo; quella del padrone assegnata all’analista e quella dello schiavo al soggetto analizzante. Questa dissimmetria, questa gerarchia è implicata nella regressione del paziente. Terzo, troviamo che il transfert è un fenomeno di ripetizione, che mette in rilievo la funzione della ripetizione nell’inconscio. È così perché, a proposito dell’analista, il soggetto è supposto ripetere gli atteggiamenti e i sentimenti che ha avuto verso i personaggi fondamentali della sua storia. Le tesi dei Tre saggi sulla teoria sessuale (Freud, 1905) hanno rinforzato questa concettualizzazione del transfert come fenomeno di ripetizione. In effetti, in questo secondo momento della scoperta freudiana rappresentato dai Tre saggi, i primi oggetti sono perduti e dopo il periodo di latenza il soggetto cerca indefinitamente, nella sua vita amorosa, nuove edizioni dell’oggetto prototipo che è stato perduto. Tutta la dottrina di Freud sulla vita amorosa è conseguente.

Ecco il punto esatto in cui si inserisce la concezione del transfert come fenomeno di ripetizione. La nozione che l’analista è un tale oggetto, il tenente luogo dell’oggetto perduto, è qualcosa che Lacan stesso finirà per formulare, quando dice che l’analista come oggetto a, al posto del padrone, è nel registro di questo transfert-ripetizione. Questa nozione può spiegare perché l’analista attira a sé la libido dell’analizzante. M. Klein, specialmente, ha saputo formulare il termine dell’analisi non in termini di identificazione all’analista, ma in termini di perdita dell’oggetto, facendo della fine dell’analisi una modalità del lutto. Questo s’iscrive nel contesto della dottrina dei Tre saggi sulla teoria sessuale che è stato il testo fondamentale cui si è riferito Abraham e da dove procede M. Klein stessa. Quando Lacan dice, in relazione al transfert, che è la messa in atto della realtà sessuale dell’inconscio, è in questo registro.

Vengo ore al terzo punto: lettura e libido. Ho sviluppato in un primo tempo ciò che deriva dal deciframento dell’inconscio, la lettura e l’interpretazione. In un secondo tempo ho evocato rapidamente tutti ciò che deriva dalla libido, dall’amore, dal desiderio, dalla pulsione sotto il registro del transfert e ciò che più colpisce è la discontinuità tra il primo versante e il secondo. Tale dicotomia riflette la divisione che c’è fra L’interpretazione dei sogni e i Tre saggi sulla teoria sessuale. Abbiamo da un lato tutto ciò che deriva dalla tecnica dell’interpretazione, e questo ha la sua consistenza, e dall’altro, tutto ciò che deriva dalla libido nel transfert, e anche questo ha la sua consistenza. Ciò che più colpisce, nella teoria analitica fino a Lacan, era la separazione fra questi due versanti, il fatto che non fossero articolati l’uno con l’altro. Lacan ha cominciato con il teorizzare da un lato l’interpretazione, sul versante simbolico, e dall’altro il transfert, sul versante immaginario. Fino a che gli apparve (e possiamo capire perché, e cogliere tutti gli equivoci del transfert nel nostro uso, ancor oggi, perché naturalmente non siamo ancora lacaniani) che tutto quanto rilevava della metonimia immaginaria del transfert non era che un effetto della ripartizione dei sentimenti verso l’analista, della sua rassomiglianza più o meno accentuata con i personaggi fondamentali della storia, dell’atteggiamento da prendere da parte dell’analista per conformarsi immaginariamente a questa metonimia, non sono che effetti immaginari del transfert. Vi sono effetti immaginari del transfert, sono innegabili, ma lo sforzo di Lacan è stato di distinguere gli effetti immaginari del transfert e la molla del transfert. La molla del transfert, secondo Lacan, è da ritrovarsi nel simbolico ed è qui che s’iscrive questo matema che ho ricordato all’inizio della mia relazione.

La prima molla simbolica del transfert che Lacan ha trovato è la domanda. In effetti l’enunciato in analisi è sempre una domanda. Per il solo fatto di domandare vi è all’orizzonte l’Altro che può soddisfarla, e dunque l’analista nell’analisi è l’Altro della domanda. Dicendo che quando c’è domanda c’è l’Altro della domanda e che l’analista occupa questo posto, ha potuto recuperare molto di ciò che derivava dal transfert come ripetizione. In effetti, se l’analista è l’Altro della domanda, si può dire che il paziente riformala le sue domande più antiche nell’analisi e che l’analista supporta di volta in volta tutte le figure storiche dell’Altro della domanda per il soggetto.

Potremmo sviluppare questo, quindi: come iniziano le analisi? Le analisi cominciano con la domanda, il transfert è un effetto della domanda e potremmo dire che quando vi è domanda vi è transfert. Ma Lacan ha riformulato un’altra condizione, la condizione simbolica dei transfert molto più potente e radicale teoricamente, che ha chiamato: il soggetto supposto sapere. È un concetto allo stesso assai complesso ed evidente per tutti. Soprattutto, nel termine di supposizione si coglie che non vi è certezza, che vi è un fatto di credenza, di affidamento e un rapporto di garanzia. È importante scegliere così la molla simbolica del transfert: è una scelta teorica, per ottenere certi effetti nella pratica analitica. Prima si poneva l’accento sull’analista, sui sentimenti che gli erano rivolti, su ciò che doveva manifestare, e così si parlava per esempio di neutralità benevola. Con il soggetto supposto sapere, al contrario, si mette l’accento sul modo di dire e si fonda l’analisi non sulla ripetizione libidica ma sul rapporto del soggetto con la parola. In termini di domanda, il soggetto supposto sapere comporta che la domanda iniziale dell’analisi sia la domanda di significazione: cosa vuol dire?

Non so se in Italia si legga la striscia Peanuts. Conoscete il personaggio di Charlie Brown, un soggetto un po’ depresso? E conoscete la sorella di Charlie Brown? La sorella è in una posizione ben diversa da Charlie Brown. Ha piuttosto una posizione di diffidenza e rifiuto dell’ordine significante ed è per questo che ha molte difficoltà a scuola, non entra in gioco. In una striscia recente che ho trovato formidabile, la sorella di Charlie Brown ha fatto una scoperta che comunica al fratello. Quando le si dirà qualcosa, ormai non farà altro che replicare: What is it supposed to mean? Che cosa è supposto voler dire? O piuttosto: che cosa devo capire? È una questione tinta d’ostilità nei confronti dell’altro. In fondo suppone che ciò che l’altro dice non è mai ciò che esattamente vuole dire, e non si può in effetti darle torto. Suppone che vi sia sempre una significazione nascosta, e piuttosto malevola, all’interno del senso manifesto. Se si vuole, What is it supposed to mean? è un appello all’Altro dell’Altro, è una domanda di metalinguaggio. Domanda all’altro che parla di darvi il modo d’impiego della vostra parola nel tempo stesso in cui vi parla, come a dire: mi hai detto questo ed ora spiegami cosa devo capire di ciò che mi hai detto. È chiedere, con il significante, la regola per comprendere. Questo mette il dito su ciò che Wittgenstein aveva ben formulato: che non si può formulare la regola per comprendere il significante perché se ne formulate une vi si chiederà poi la regola per comprendere la regola. Quindi, secondo Wittgenstein, non si può formulare la regola per comprendere, occorre mostrare o fare. È con la condotta e con il comportamento che si può dimostrate ciò che significa.

Charlie Brown d’altronde trae subito la conseguenza dalla posizione della sorella. Sprofondato in una poltrona, senza dubbio con pensieri neri, le risponde: fai bene a dirmi questo, cosi non ti dirò più niente. È ragionevole, quella risposta, solo che la sorella ha l’ultima parola perché gli dice: What is it supposed to mean? Ebbene, la sorella di Charlie Brown ci aiuta forse a capire il colpo di forza di Lacan nella psicoanalisi, che consiste nello spostare il transfert. Nei traslochi vi sono talvolta grandi difficoltà, occorre riuscirvi. Ha addirittura trasferito il transfert e ha deciso di situare la molla del transfert in un posto in cui non si era mai pensato di collocarlo. Ha spostato il transfert dove il significante è separato dal suo significato. Il suo punto di partenza è questo algoritmo, S/s, formula che si trova nell’Istanza della lettera: in alto il significante, in basso il significato. Lo ha chiamato algoritmo, cioè una regola per produrre un certo numero di catene. Lo schema del transfert, visto all’inizio e chiamato algoritmo del transfert, è una modificazione, un’applicazione al problema del transfert dello schema del significante e del significato. Ciò vuol dire che quando scrivete, quando parlate, se si applica questo algoritmo, del tutto naturalmente si separa significante e significato. Non ci si può fare nulla, quando parlate e scrivete, l’algoritmo S/s funziona, il significante e il significato si separano. Da un lato trovate le parole, il materiale, i suoni, le lettere, tutta la materia significante e dall’altro, ed è un altro registro, vi è ciò che se ne comprende, il significato, ciò che connota, ciò che vuol dire nel dizionario, ma anche cosa vuol dire per voi: tutto ciò è l’s minuscolo. Evidentemente si tratta di due ordini differenti. Lo stesso enunciato a livello della materia significante, a due persone diverse, farà effetti differenti, comprenderanno cose diverse, evocherà cose diverse, sono quindi due registri. Quando si accetta la distinzione fra significante e significato è una vera regola che opera su tutto quanto si dice e si esprime. Ciò che Lacan ha aggiunto a Saussure è che questi due registri non sono affatto naturalmente accordati, cioè gli effetti di significato di un certo ordine non si producono subito ma dopo un certo tempo, donde il suo schema di retroazione. L’effetto-significato dipende dal termine al quale si dà un valore organizzativo, che Lacan ha chiamato punto di capitone e, più tardi, significante-padrone. Se spostate quel significante, varierà allo stesso modo quello che comprenderete in un discorso.

Lacan ha scelto quello per strutturare il transfert. Il suo algoritmo del transfert è una modifica di tale algoritmo e dunque Lacan ha voluto fare del transfert precisamente un algoritmo, una regola del discorso.

A partire da questo fatto: come iniziano le analisi? La risposta di Lacan è che le analisi cominciano con il significante del transfert. Cos’è il significante del transfert? Ciò che conta qui è l’articolo definito, il significante del transfert è un significante distinto, un significante singolare. A partire dal momento in cui sceglie l’algoritmo del significante e del significato per fare l’algoritmo del transfert, vi è il significante del transfert. Il significante del transfert è quello a proposito del quale vi domandate: cosa vuol dire? Occorre che il soggetto incontri qualcosa al cui proposito si domanda, “cosa vuoi dire?”, perché un’analisi cominci. Può essere qualsiasi cosa. Occorre naturalmente che la significazione vi importi, occorre che supponiate che ne va di voi nella soluzione della domanda: “ma cosa vuol dire?”

Ci si può domandare, ma perché è un significante? È un significante proprio perché vi domandante: “cosa vuol dire?”. Quando vi domandate: “ma cosa vuol dire?” prende valore e statuto di significante, ed è il significante del transfert nella misura in cui andate a cercare la risposta da un analista. Non occorre quindi soltanto che vi domandiate “cosa vuol dire?”, occorre anche che siate spinti a cercarne il complemento da un analista. Che cos’è un analista? Non entriamo ora in questo dibattito. Domandiamoci solo: qual è la sua funzione? La risposta di Lacan è: non è che un altro significante. Avete trovato un significante di cui non sapete cosa vuole dire e andate a cercare un altro significante perché si articoli al primo. Detto altrimenti, il significante del transfert vi motiva a cercare cosa vuol dire presso un analista come altro significante. Ma un analista non è come il significante del transfert, ed è perciò che Lacan insiste: lui è qualunque, particolare nel senso d’Aristotele, uno fra altri, a differenza del significante del transfert che, lui, è singolare. Un analista è sempre un analista fra gli altri. D’altra parte i pazienti lo dicono sempre: ho pensato di vedere il tale, e poi un tale, poi mi sono deciso a venire da lei. È un modo di fare affiorare questo uno tra gli altri, questo significante articolato al primo. Da questa articolazione dei due sorge un significato, s, che nel transfert ha questa particolarità di essere significato d’inconscio. Questo significato rinvia al rimosso che è sempre soltanto supposto. Perché questo sapere supposto è supposto essere soggetto? Lo è in quanto si esprime in ciò che dite come analizzanti. Allora, what is it supposed to mean? Cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che il colpo di forza di Lacan nella psicoanalisi è stato di formulare che il transfert è l’interpretazione, in quanto dà un significato d’inconscio a tale significante. Senza dubbio per andare dall’analista occorre sempre avere già interpretato il proprio sintomo, dando a esso un significato d’inconscio, cioè: “non so leggere questo da solo”.

L’esperienza offre casi in cui l’inizio dell’analisi è strettamente assimilabile a un vero scatenamento. Dirò, in modo un po’ radicale, per rispondere alla domanda: “Come iniziano le analisi?”, le analisi iniziano come le psicosi, poiché vi ritroviamo il significante con il suo potere scatenante, e precisamente nel registro di ciò che chiamiamo i fenomeni intuitivi, in cui c’è, nel momento dello scatenamento della psicosi, questo fenomeno del significante di cui ci si domanda cosa vuol dire, e nella perplessità. È un significante di cui si è tanto più certi che significa qualcosa perché non si sa che cosa. In altri termini c’è un significato di significato, nel senso in cui si dice: “Questo, questo vuol dire qualcosa”. Si è dunque certi che vi è un significante lì e, nello stesso tempo, non si può formulare il significato che ha, ma, come dice Lacan, vi è una sorta di vuoto enigmatico a quel posto. Questo significante che rende perplesso il soggetto diviene scatenante del delirio.

Senza dubbio vi è una differenza fra il significante del transfert e il significante del delirio, e primariamente è nell’articolazione con il significante qualsiasi. Eppure Lacan ha formulato l’algoritmo del transfert secondo una struttura omogenea a quella dello scatenamento della psicosi. Senza dubbio non è impossibile che il significante del delirio precipiti il soggetto presso un altro a cui parlare e che può essere analista. Ma, nella psicosi, diciamo che non è possibile far sorgere il significato dell’inconscio a partire dal significante che fa enigma ed è così che il soggetto supposto sapere vira nella paranoia e che il soggetto supposto sapere nella psicosi prende il valore di soggetto supposto volermi del male, o voler godere di me. Non vi è nulla di eccessivo nel proporre una parentela di struttura fra una psicoanalisi e la psicosi nel momento del suo scatenamento. Lacan stesso a proposito dell’analisi parla di una paranoia diretta. In questo l’inizio vero di una psicoanalisi è assimilabile a uno scatenamento e, diciamo, allo scatenamento del delirio interpretativo. Non per niente che nella psicosi si parla d’interpretazione. Nel soggetto nevrotico in analisi si possono vedere apparire certi fenomeni di frangia che richiamano una forma di delirio interpretativo. Senza dubbio quando, nella psicosi, si produce l’aggancio a un significante qualsiasi, abbiamo i fenomeni di transfert delirante e l’oggetto del trattamento è di giungere a questo posto di significante qualunque, di realizzare, non una metonimia transferale, ma una metafora delirante, cioè elaborare un significante qualunque capace di effettuare per il soggetto un significato temperato. Con questa forzatura Lacan ha voluto, non dico che sia riuscito, convertire la nostra prospettiva sul transfert, primariamente svalorizzare quanto derivava dal transfert sentimentale, secondariamente far impallidire tutto ciò che rileva del transfert immaginario, i personaggi parentali eccetera, e terzo insegnare all’analista che la preoccupazione che può avere del suo atteggiamento, del suo comportamento, della sua facciata, non è l’essenziale. L’essenziale non è la sua neutralità benevola, la sua eventuale infatuazione. L’essenziale è non fare ostacolo alla struttura interpretativa del transfert, non fare ostacolo alla struttura, direi quasi, che è di per sé interpretativa del transfert.

Come quarto punto è certo che questo schema, di cui non ho dato un commento letterale, ma che ho cercato di animare, ha dei limiti e Lacan ha sentito questi limiti, quando ha posto in modo globale che tutta questa formula è equivalente all’oggetto che chiama agalma. Il limite è che non vi si ritrova ciò che faceva la vita, i colori della concezione libidica del transfert. Lacan ha sentito che lì l’oggetto non era evidente, non era messo in funzione ed è quello che correggerà nel suo schema del discorso analitico mettendo l’analista nella posizione di oggetto a. L’oggetto qui qual è? In fondo l’oggetto presente è il niente, il significato dell’inconscio viene dall’articolazione stessa. Quindi l’analista non deve tanto preoccuparsi dei tratti attraverso cui può prestarsi a confusione profittevole con i personaggi della storia perché l’analista è prima di tutto l’involucro del niente di questo significato d’inconscio. Qui appare il valore di quella che si chiama la seconda regola fondamentale dell’analisi che completerebbe la prima dell’associazione libera, la regola d’astinenza, non soddisfarsi con un soddisfacimento d’ordine sessuale con l’analista.

Questa regola d’astinenza formula esattamente che l’oggetto in gioco è l’oggetto niente. Nell’analisi in questo senso l’analizzante mangia il niente. Vi è un’anoressia implicata nella struttura transferale stessa. Per questo Lacan poteva dire che il transfert “è la messa in atto della realtà sessuale dell’inconscio”, nella misura in cui l’analisi è precisamente il non rapporto sessuale messo in scena.

Ora un altro limite di questa prospettiva. Il punto di vista secondo il quale l’analisi è un modo di dire o di leggere l’inconscio non satura la pratica di oggi e per dirlo velocemente non spiega direttamente ciò che l’analisi è divenuta oggi, cioè non semplicemente un modo di leggere o dire l’inconscio, ma piuttosto un modo di godere dell’inconscio.

Dicendo che l’analisi è un modo di godere dell’inconscio è chiaro che l’assimilo a un sintomo, ma vi sono autorizzato dalla nozione eminentemente freudiana della nevrosi di transfert. C’è, particolarmente difficile da snodare alla conclusione dell’analisi, il sintomo di transfert, se posso esprimermi così. Sappiamo che quando autorizziamo un soggetto a iniziarne l’analisi gli diamo accesso a un nuovo modo di godere dell’inconscio e dobbiamo sapere come si soddisfa la pulsione nell’analisi e con il transfert, accordata all’oggetto niente. Qui l’anoressia può darci un certo indice.

Qui comincia un altro capitolo, non il versante simbolico del transfert o quello immaginario, ma quello reale, nel senso di Lacan, il reale del transfert. Capita in effetti all’inizio dell’analisi di poter già sentire, nel soggetto candidato, l’anticipazione, il presentimento del godimento che troverà nell’analisi. Si possono evocare per esempio dei casi sorprendenti in cui l’analisi dura e dura a lungo, mentre l’elaborazione è nulla o il soggetto non manifesta alcuna implicazione nella sua parola. Ebbene questi casi indicano precisamente il soddisfacimento trovato dal soggetto nel modo di dire che gli permette l’analisi. Si tratterebbe di cogliere come nell’analisi si soddisfa questa pulsione al cui livello il soggetto è felice. Infatti la pulsione non fallisce mai, può mancare la presa, ma arriva sempre alla sua meta.

Quando si parlerà della conclusione della cura non basterà dire allora che si arriva al termine dell’elaborazione del sapere, non basterà dire che la molteplicità delle letture permette di ricostituire il testo inconscio, occorrerà anche sapere come si rinuncia al godimento dell’analisi.

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[1] Cfr. J.-A. Miller, I paradigmi del godimento, (a cura di A. Di Ciaccia) Casa Editrice Astrolabio, Roma, 2001, pp. 137-148. “L’inizio delle analisi” (1994) è stato precedentemente pubblicato in Come iniziano le analisi (1995), atti del convegno della Sezione Italiana della Scuola Europea di Psicoanalisi (SISEP), svoltosi a Torino nel 1994.

Testo di orientamento

I COLLOQUI PRELIMINARI[1]
Jacques-Alain Miller

Un’osservazione di carattere generale mi sembra necessaria. Si tratta di un inizio di cura e qui non trovo isolati i colloqui preliminari. Non è una critica rivolta a lei, ma una critica generale: mi sono accorto che si dimenticavano, nella pratica lacaniana, le sedute preliminari. Ma questo fa parte del corpus clinico che ci ha lasciato Lacan. Quando un soggetto si presenta per chiedere un’analisi, non gli si aprono immediatamente le porte del dispositivo. Bisogna innanzitutto assicurarsi che sia in grado di sopportare ciò che questo comporta. Si comincia con una fase di osservazione, di valutazione, di domande. Si devono ottenere informazioni e consiglierei addirittura di condurre un vero e proprio interrogatorio, non in modalità poliziesca, ma in modalità paramedica.  Altrimenti, se segue un’analisi e queste domande non sono state poste chiaramente all’inizio, possono essere imbarazzanti per gli anni a venire. Nei colloqui preliminari si può chiedere a una donna se ha degli orgasmi. Comunque, se non si è chiarita la cosa, l’analista può ricevere una paziente per cinque anni senza sapere che ne è del suo godimento durante i rapporti sessuali. È un esempio. La pratica delle sedute preliminari fa parte della pratica lacaniana. Non so perché ci ho messo così tanto tempo per rendermi conto che non è praticata, in generale.

Le sedute preliminari devono essere rimesse all’ordine del giorno di un prossimo convegno del Campo freudiano, che sia all’Ecole de la Cause freudienne (ECF), alla NLS, alla Scuola italiana, alla Scuola spagnola… Siamo tutti occupati dalla passe, vale a dire dalla fine, ma occupiamoci anche dell’inizio e persino del “pre-inizio”. Forse si osserveranno rapporti stretti tra le sedute preliminari e la passe – quei momenti che si situano ai due estremi, ai confini dell’analisi. Per interessare alle sedute preliminari, forse bisognerà anche dire che esse costituiscono già una prefigurazione della passe.

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[1] Estratto da J.-A. Miller et alii, « Exposés et contrôles cliniques », La Cause du désir, Hystoires, n. 113, marzo 2023. Questa sequenza è tratta dai commenti ai casi clinici presentati durante l’ultimo Convegno della NLS, dedicato a Fixation et répétition, che si è tenuto il 2 luglio 2022 a Losanna.