Annalisa Piergallini (con Mariarita Conrado) membri SLPcf e AMP
Le sedute preliminari a volte si riducono a un’unica seduta. Quei casi in cui vengono una volta e poi non tornano più. Non solo quelli con cui hai fatto un errore madornale e se ne sono andati dicendo ‘ci penso’, non quelli a cui il tuo stile non è proprio piaciuto, non quelli che si aspettavano un decalogo e due ricette, no, intendo quelli che vengono in preda all’angoscia e se ne vanno che hanno fatto reset. Sono contenti, ringraziano. Qual è il problema? mi direbbe Virginio Baio, “che vuoi, Annalisa, vuoi più gelati?”
Si può abitare un desiderio e fluire come l’acqua impermeabile. Lasciare che arrivino dove vogliono arrivare.
Le sedute preliminari a volte invece si protraggono anche per tutti gli anni della cura, il transfert non è operativo, sebbene ci sia un’elaborazione di sapere, che dà effetti spesso anche più tempestivi e fruttuosi che nei nevrotici.
Ma nel primo caso, cosa fa sì che in una sola seduta, il soggetto possa fare reset nella sua esistenza? Lacan dice che è la presenza stessa dell’analista che fa punto di capitone, per la psicosi, ma forse anche nella nevrosi.
In fondo il capitalismo ci ha reso tutti oggetti. Il discorso del capitalista produce la cancellazione del soggetto.
Se il soggetto è senza un posto, se, per qualche ragione le sue identificazioni immaginarie vacillano, o se viene confrontato con il desiderio dell’Altro, quel che vuole l’Altro da me, soprattutto se è un momento sovraccarico di stanchezza e stress… La giostra sembra improvvisamente impazzire, ma è pazza da sempre, la giostra non ha senso e non l’ha mai avuto.
Ma gli basta un testimone che attesti la sensatezza delle preoccupazioni, la difficoltà evidente del momento presente, la lunga serie di eventi che attraversano in sintesi un po’ tutta la vita, in modo che entrino in una seduta di 45’ come se entrassero in una ventiquattr’ore. Gli basta mostrarne il contenuto, ripassarne gli elementi fondamentali, che la giostra ricomincia a girare… col senso di prima.
Sembra semplice, a volte. Ma è proprio allora che siamo più lontani dalla verità. Questo non significa affatto che bisogna starne vicini. Chissà perché in occidente è sempre un po’ stato quello, il pregiudizio: sapere la verità.
Un mestiere un po’ cuscinetto tra oriente e occidente, aiutare le persone a trovare un buco, per poi non coprirlo mai. Altri occorre aiutarli a scavare un buco che sennò pagano sempre dal di fuori. Non si può abitare una linea.
A causa della condizione che abbiamo constatato prima, di cancellazione del soggetto dovuta al discorso del capitalista, bisogna oggi immaginare dei passaggi di preliminari di preliminari di preliminari che consistono nella possibilità delle persone di ascoltare quello che dicono. Se non si installa questa possibilità, non si va da nessuna parte.
La psicologizzazione della psicoanalisi si è dimenticata di questo. Stiamo sempre a rimettere in primo piano la parola[1]. La prima cosa che bisogna fare è farli ri-familiarizzare con la parola.
Con cosa lo tagli il godimento?
Con la parola!
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[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2003, p. 20. “Ci sono alcuni qui, lo so, che si stanno avvicinando al mio insegnamento. (…) Sappiano che, per qualche anno, è stato necessario tutto il mio sforzo per rivalorizzare agli occhi di costoro tale strumento, la parola, per ridarle dignità e far sì che non corrisponda per loro sempre a termini svalorizzati in anticipo che li obbligavano a fissare lo sguardo altrove per trovarne il corrispettivo.”



