Aurora Mastroleo, Partecipante SLPcf
Le telefonate caratterizzate dall’urgenza comportano una risposta immediata, un po’ scomoda. In questi ultimi mesi non è infrequente che queste provengano da donne che domandano una cura per i figli adolescenti. La voce accorata al telefono invoca una domanda da parte dei ragazzi che invece non c’è. Come orientarsi?
Loro, i ragazzi “non si fidano degli psicologi”, “non credono alla psicologia”, perché? Interessante rilevare il fatto che sovente le signore abbiano alle spalle anni di cure psi che rendono loro impossibile parlare di sé stesse … e forse pure ai figli. Tuttavia, invitarle in presenza per parlare dei loro figli in absentia può presupporre un minimo di separazione. In questi primi incontri le interpretazioni proliferano. Si servono degli psicologismi generazionali in voga, arricchiti da veri e propri scoop sulla vita scolastica rivelati dai figli o accompagnati da indagini segrete prodotte attorno alle relazioni di questi ultimi e – recentemente – anche di qualche “paparazzata fotografica” scattata da zie e tate complici. Il discorso è caratterizzato dall’impotenza materna e dalla totale passività dei figli; di loro sovente dicono: “Non ha voglia e non si schioda”… da cosa? Cercare di spostare il discorso da letture cristallizzate, ridurne l’inclinazione voyeuristica e condurlo verso una formulazione più precisa del momento in cui l’urgenza si scatena, mi pare possa consentire di mettere meglio a fuoco il punto di osservazione del soggetto-madre e quindi quel posto particolare che il figlio finisce per occupare sulla scena materna.
Nella mia esperienza più recente la crisi è innescata da un accadimento che insinua l’angoscia per l’imminente rifiuto scolastico, più precisamente per “l’espulsione definitiva” del figlio dall’iter scolastico. In effetti ultimamente le superiori risultano un po’ espulsive, tuttavia la scommessa analitica riguarda l’interrogativo sull’angoscia particolare che irretisce la coppia madre-figlio e la possibilità di cogliere nel discorso dei significanti singolari. L’apertura della partita allora comporta un triplice mossa: 1) schiodare le madri, farle venire in seduta; 2) dare ascolto alla lalingua del soggetto che parla; 3) chiarire la responsabilità. Penso allora ad una madre single che non riusciva letteralmente a staccare gli occhi dal figlio, il quale tutte le mattine vomitava all’ora di uscire di casa per andare al liceo. Sottolineare i significanti: “Precipita nell’inerzia”, “non posso mollarlo” ha consentito di cogliere una ripetizione congelata nel dire che – in questo caso – presentificava l’orrore occorso nell’infanzia della donna, causato dalla morte traumatica del fratellino “precipitato” dalle scale. L’ascolto non senza l’interpretazione – soprattutto in queste richieste urgenti – mette a frutto tutta l’operatività della formula del cogito lacaniano $<>a. Là dove il soggetto è – la bambina che assiste alla caduta del fratellino – non pensa e là dove il soggetto pensa – la madre alle prese con il vomito del figlio – non è. Questo può consentire di ordinare in maniera nuova il piano della responsabilità del soggetto … non senza degli effetti rapidi anche sui figli: sorprese non calcolabili a priori, ma presenti all’orizzonte.



