Adele Succetti, membro SLPcf e AMP

«è un ingresso cui non s’arriva che nel momento in cui si chiude
(questo posto non sarà mai turistico)
e perché il solo modo per far sì che si schiuda è di chiamare dall’interno»
J. Lacan, “Posizione dell’inconscio”, Scritti, p. 814.

Ancora il 2 dicembre 1971, nel seminario Le savoir du psychanalyste, Lacan sottolineava che “non c’è entrata possibile nell’analisi senza colloqui preliminari”. Questi infatti hanno, aggiungeva, “una funzione essenziale”. Ma cosa significa oggi questa affermazione? Preliminari in che senso e a che cosa..?

L’aggettivo “preliminare”, dal latino medievale praeliminaris, composto di prae– «pre» e limen -minis «soglia» sta ad indicare qualcosa che ha la funzione di preparazione, di premessa necessaria a quello che avrà luogo in seguito. Nel 1958, nel suo scritto su “Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi”, Lacan ha utilizzato questo stesso aggettivo per indicare “la concezione che ci si deve formare della manovra del transfert in questo trattamento” (p. 579). Ciò che è preliminare, quindi, è il tempo necessario perché una manovra del transfert sia possibile… e in che modo.

Il sostantivo “preliminare” si riferisce specificatamente, e in molti ambiti, a ciò che prepara e introduce ad un atto. Al plurale i “preliminari” fanno riferimento a tutte le azioni volte a produrre un accordo, un legame, vale a dire ancora una volta del transfert! In effetti, nella sua “Proposta” del 1967, Lacan affermava che “all’inizio della psicoanalisi c’è il transfert … ma cosa è?” Nello stesso testo sviluppava la sua definizione di transfert come Soggetto supposto sapere, cioè di un legame libidico al significante e, nello specifico, all’inconscio, che però è reso possibile dalla presenza dei corpi.

Come cambia oggi il transfert, in un’epoca in cui la depatologizzazione generalizzata destituisce il posto del Soggetto supposto sapere e, al contempo, dà forza all’individuo indiviso che si fonda o che si istituisce sull’identità dei propri detti, vale a dire che si autodetermina a partire da essi? Come aprire una breccia in un pieno immaginario che, spesso, sembra non ammettere il minino interrogativo? Come e quando è possibile incidere in quel pieno, se prima non si installa il transfert e, quindi, la credenza in un sapere altro, non saputo, che fa buco? Le domande di cura emergono quando la soluzione soggettiva – spesso supportata da significanti prêt-à-porter – non funziona più; la richiesta è quindi quella di un ripristino rapido della condizione iniziale. L’entrata nel discorso analitico permette, invece, per chi acconsente a perdere qualcosa del proprio godimento, grazie ai giri del dire, un nuovo annodamento, questo sì singolare e unico.

Come avviene spesso nell’esperienza analitica, ad ogni modo, che ci sia stato passaggio, entrata, rettifica, che ci sia stato un atto, lo si può verificare solo a posteriori… lo stesso vale anche per i cosiddetti colloqui preliminari.