Fulvio Sorge, membro SLPcf e AMP
“Ciò che legittima una psicoanalisi è il concetto di un certo tipo di sintomi che non riguarda la medicina, sintomi molto particolari che noi e il paziente crediamo guariscano tramite la rivelazione della loro causa”. [1] Per J. Lacan l’esperienza analitica fruisce di una dimensione logica, le cui regole, pur modificandosi nel corso del suo insegnamento, restano imprescindibili: “In analisi la domanda è fondamentale anche per cogliere il posto che il soggetto riserva a colui che l’ascolta”.[2] Se l’inconscio è strutturato come il linguaggio quello che conta è il dire del paziente, che, generalmente, nelle prime sedute, esprime i motivi che lo portano alla richiesta di analisi. Il tempo dell’inconscio non è la durata ma l’attimo propizio in cui questi si rivela come un lapsus, un atto mancato, un sogno. “Si tratta di una temporalità straniera, sorprendente, traumatica ed enigmatica, ignota al soggetto stesso, che si produce al di qua della coscienza e delle intenzioni del paziente.”[3] Lacan è esplicito in “Funzione e campo“ nel situare la questione del tempo nella seduta analitica e promuovere il taglio come un intervento fondamentale nel “precipitare i momenti conclusivi”.[4] Non ha esitazioni, a partire già dalla richiesta del soggetto, a prendere una posizione estima, limitandosi a chiedere il perché di questa decisione. Il desiderio nevrotico è comunque una parvenza, una modalità che risponde già della costruzione di un fantasma. È un sapere di parvenza. Lacan invita l’analista, a fronte della domanda di analisi e verificatane la congruità, a fare uso del taglio, della seduta a tempo variabile, che solleciti l’analizzante a farsi carico del suo dire e conduca ad una crisi feconda delle sue certezze, e, nel tempo, a un’implicazione soggettiva riguardo al suo desiderio. Se chi interpreta è essenzialmente l’inconscio occorre allora lasciare per lo più a lui la parola, al soggetto in analisi, e per questa ragione l’analista lacaniano è generalmente in posizione di ascolto silenzioso. L’analista rinuncia al potere della risposta e della suggestione e risponde attraverso atti che scandiscono in modo sincronico e in una logica strutturale l’esperienza analitica. È possibile definire alcuni di questi atti analitici: punteggiatura (come possibilità di individuare i significanti padroni del soggetto), interpretazione (che ha per obiettivo il reale in gioco nel transfert), silenzio (ciò che si è detto non è mai tutto).
“Ciò che ci si aspetta da uno psicoanalista, come ho già detto l’ultima volta, è far funzionare il proprio sapere in termini di verità. Proprio per questo si confina a un semi-dire”.[5] Di fatto non è possibile sfuggire alla polisemia del dire; in quanto un soggetto è detto ma l’ambiguità costitutiva del linguaggio lo costringe a non essere mai la causa prima di sé stesso di modo che consegua la consistenza del proprio essere. Di conseguenza, l’opposizione tra i due termini, tra l’S2 e il suo S1, “non è [di fatto] mai raggiunta”.[6]
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[1] J-A Miller, “Come iniziano le analisi “, in I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma, 2001, p. 138.
[2] https://www.istitutoipol.it/wp-content/uploads/2018/07/Valutazione.pdf.
[3] D. Cosenza, Jacques Lacan e il problema della tecnica in psicoanalisi, Astrolabio ed., Roma, 2003, p. 48.
[4] J. Lacan, “Funzione e campo della parola e del linguaggio”, in Scritti, Einaudi, Vol. 1, Torino, 1974, p. 245.
[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2001, p. 60.
[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1979, p. 187.



