Aurora Mastroleo partecipante SLPcf

Hélène Bonnaud, psicoanalista a Parigi, proprio pochi mesi prima del confinamento che ha chiuso gli accessi in Francia, pubblica un testo sorprendente, dedicato ad una speciale apertura, quella che affaccia nello studio dell’analista: Monologues de l’attente. Fictions pychanalytiques.[1]

Il testo afferra con garbo poetico i concetti fondamentali della psicoanalisi e li plasma in sette monologhi interiori, offrendo così, anche al lettore non avvezzo alla teoria, una rappresentazione immediata e lampante dell’esperienza analitica. Nella prefazione l’autrice stessa spiega con rigore il suo taglio originale:

«In effetti, la finzione non è che la maschera della verità ed è sempre con lei che si ha a che fare nel tragitto di un’analisi.»[2]

L’attesa del titolo è scandagliata a partire dalle coordinate spaziali di sette possibili percorsi per raggiungere le sale d’attesa e dalle coordinate temporali che attraversano un tempo definito, sospeso tra la decisione di recarsi al proprio appuntamento, fino all’effettivo incontro. Il protagonista comune ai sette monologhi è quindi decisamente uno solo: il lavoro analizzante, incessante.

«Ça parle senza sapere, e ça parle senza rischio apparente poiché nella sala d’aspetto, si è proprio soli.»[3]

Il personaggio dell’analista resta invece fuori dalla scena, non è mai descritto, ciononostante se ne percepisce la traccia indelebile. Un breve esempio tratto dal secondo monologo:

«Allora perché mi ha posto questa domanda nell’ultima mia seduta? É una provocazione? Che vuole sapere ancora?»[4]

Il destinatario dei monologhi si materializza solo nella mano così ignota, eppure così familiare che afferra la maniglia per aprire la porta. Proprio questo permette di avvertire il peso incisivo della presenza dell’analista e la singolare discontinuità che ad ogni incontro si produce.

I frangenti occasionali del percorso si traducono in libere associazioni che anticipano la seduta, offrendo così un’idea chiara di quella speciale torsione che il transfert opera sul tempo soggettivo, e che restituisce all’aspettare l’incontro una dinamica particolare, tutt’altro che passiva. I pensieri fugaci dei sette personaggi si orientano verso alibi volti ad alimentare la sofferenza su cui si innesta la domanda di ciascuna cura, oppure improvvisamente – grazie ad un ricordo o ad una insegna – prendono una diversa china, che dischiude ad altre possibilità e la verità soggettiva risulta essere altra.

«Ogni volta che vado alla mia seduta, devo attraversare Piazza della Repubblica. (…)
E ogni volta mi domando perché abbia scelto un’analista che abita vicino alla Repubblica.» [5]

La meta si avvicina e i pensieri incedono:

 «La piazza de la Repubblica è qualcosa che mi riguarda ma è anche lei. Non l’avevo colto fino ad ora. É lei, la mia analista. (…) Di colpo, il mio transfert non è che un miraggio. So che lei è coinvolta. É lei che mi da questa possibilità di vedere qualcosa del mio desiderio che si mostra, anche se talvolta mi sento molto attratta dal rifiuto che resta la mia prima reazione di difesa.»[6]

I Monologhi dell’attesa hanno l’indiscutibile pregio di mettere nero su bianco quell’esperienza così intima, e anche così universale da cui precipita la decisione di intraprendere un’analisi e che si rinnova ad ogni appuntamento. Sono dunque finzioni dell’entrata in analisi, per l’entrata in analisi.

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[1] H. Bonnaud, Monologues de l’attente. Finctions psyhanalytiques, Paris, JCLattès, 2019.

[2] Ivi, p. 10.

[3] Ivi, p. 11.

[4] Ivi, p. 47.

[5] Ivi, p. 33.

[6] Ibidem, pag.55